Un padre non ce l’ha fatta. Non ha resistito alle difficoltà di una separazione che lo costringeva a liti continue con l’ex moglie per vedere il figlio. Non ce l’ha fatta e ha scelto un atto estremo, il suicidio, per manifestare il suo profondo disagio. Nessuna condanna, solo tanta amarezza. Perché la sua sofferenza ha avuto il sopravvento e si è tramutata in debolezza. E perché la vera vittima sarà il figlio conteso, costretto dagli eventi a crescere senza papà. Non è facile essere genitori. Lo è ancora di più essere genitori separati. Il senso di fallimento è un peso difficilmente sopportabile, perché si è quotidianamente consapevoli, in virtù di una scelta propria, di aver causato problemi alle uniche persone cui non si dovrebbero causare: i figli.
A rendere più complicato il rapporto contribuiscono poi una serie di fattori: dall’astio tra ex marito ed ex moglie, alle ingerenze delle famiglie d’origine; dal rifiuto del figlio nei confronti di un genitore, all’incapacità di un padre o di una madre di sapersi mettere in secondo piano di fronte alle volontà del figlio. Momenti difficili, in cui lo sconforto regna sovrano. Avresti voglia di scappare, di correre lontano, di rispondere male, di estraniarti da una realtà che ti pesa troppo. Ma sarebbe l’atteggiamento più facile, il più immaturo, quello del quale ci si potrebbe poi pentire per il resto della vita. Non esiste una ricetta per questo tipo di situazioni. Esiste però una virtù dalla quale un padre separato, specie se non convive con il figlio, non può e non deve prescindere: la costanza.
Costanza nel farsi sentire, costanza nel manifestare il proprio amore, costanza nel dimostrare con i fatti di essere sempre e comunque parte integrante della vita del figlio. La costanza non risolve i problemi, ma aiuta a risolverli. Tiene aperta una porta anche quando tutto lascerebbe presupporre il contrario. Ed è in quel piccolo pertugio che bisogna essere capaci di intrufolarsi ogni volta che viene data l’opportunità. Un po’ alla volta, con tatto e delicatezza. E non si deve mai smettere di dimostrare amore, per provare a condividere una vita, cercando anche di superare il naturale rapporto di genitore biologico per puntare a essere genitore nel vero senso della parola. Questo deve essere il punto di arrivo, l’obiettivo da raggiungere. Consapevoli del fatto che – probabilmente – non ci si arriverà mai. Ma, anche se così fosse, non si deve abbassare la guardia, perché l’amore per un figlio deve tendere all’infinito. E l’ego del genitore non deve mai avere il sopravvento. Perché il ruolo di padre – e di madre – non sarà mai completo fino a quando non verrà riconosciuto dal figlio. La sfida è infinita, ma per amore – e solo per quello – deve essere vissuta fino in fondo. Per dare senso e credibilità a una vita intera. Anche da padre separato.
Fonte: corrieredelveneto.corriere.it – Autore: Antonio Spadaccino

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